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	<description>Boutique Hotel a Napoli</description>
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	<title>Neocore</title>
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		<title>Lezioni di Napoletano</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 15:04:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Experiences]]></category>
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					<description><![CDATA[L’UNICO corso di lingua napoletana, approvato dal Consiglio d’Europa di Strasburgo, destinato a tutti&#160; coloro che&#160; vogliono imparare a leggere e scrivere ‘O NNAPULITANO, partendo dalle basi.&#160; Il Neocore offre questa esperienza esclusiva per farvi immergere nel vero spirito napoletano! Servizio disponibile su prenotazione con il raggiungimento di un minimo di 2 iscritti.  Prezzo: 40€ [&#8230;]]]></description>
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<p>L’UNICO corso di lingua napoletana, approvato dal Consiglio d’Europa di Strasburgo, destinato a tutti&nbsp; coloro che&nbsp; vogliono imparare a leggere e scrivere ‘O NNAPULITANO, partendo dalle basi.&nbsp;</p>



<p>Il Neocore offre questa esperienza esclusiva per farvi immergere nel vero spirito napoletano!</p>



<p>Servizio disponibile su prenotazione con il raggiungimento di un minimo di 2 iscritti. </p>



<p><strong>Prezzo</strong>: 40€ a persona.</p>



<div class="wp-block-cover"><span aria-hidden="true" class="wp-block-cover__background has-background-dim-70 has-background-dim"></span><img decoding="async" width="1200" height="638" class="wp-block-cover__image-background wp-image-954" alt="lezione di napoletano dal francese" src="https://neocore.it/wp-content/uploads/2023/04/Nuovo-progetto-4.png" data-object-fit="cover" srcset="https://neocore.it/wp-content/uploads/2023/04/Nuovo-progetto-4.png 1200w, https://neocore.it/wp-content/uploads/2023/04/Nuovo-progetto-4-300x160.png 300w, https://neocore.it/wp-content/uploads/2023/04/Nuovo-progetto-4-1024x544.png 1024w, https://neocore.it/wp-content/uploads/2023/04/Nuovo-progetto-4-768x408.png 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><div class="wp-block-cover__inner-container">
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		<title>IL TORRONE DEI MORTI, LA TRADIZIONE PARTENOPEA</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:21:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa sono i "Murticiell"? E quando sono nati? Scopriamolo insieme in questo articolo.]]></description>
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<p>A Napoli ogni festività possiede i suoi riti e le sue tradizioni. Il 1 e il 2 novembre, ad esempio, si è soliti preparare il “<strong>Torrone dei morti</strong>”, un dolce tipico della cultura culinaria partenopea la cui origine è datata indietro nei secoli. Vediamo in cosa consiste nel dettaglio e qual è la sua storia.&nbsp;</p>



<p><strong>La tradizione del “Torrone dei morti”</strong></p>



<p>Chi fa un giro per le strade della città nei giorni che precedono la commemorazione dei defunti può facilmente imbattersi in tante bancarelle sparse in ogni angolo sulle quali sono esposti i cosiddetti “<strong>Murticciell</strong>”, un torrone morbido con una forma parallelepipeda che simboleggia una bara. Si tratta infatti di un omaggio ai defunti per accompagnarli nel viaggio verso l’aldilà. In passato, era tradizione anche portare alla propria amata un vassoio di torrone la settimana che precedeva il giorno dei morti.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, è bene non confondere questo dolce con il classico torrone duro, realizzato con&nbsp;<strong>mandorle e miele</strong>. Nel nostro caso, invece, la pietanza risulta essere molto più morbida e cremosa. Il più delle volte, al suo interno vengono messe anche delle nocciole.&nbsp;<br><br><strong>Quando nasce il “Torrone dei Morti”</strong><br>&nbsp;<br>Vediamo ora dove e quando nasce questa particolare pietanza. Diverse fonti storiche fanno risalire l’origine del torrone all’epoca romana, quando veniva chiamato “<strong>Cupedia</strong>”, ovvero “sregolato desiderio di cibi delicati”. Con il tempo, la parola si è trasformata in Cupeta. Il termine Torrone, invece, inizia a diffondersi nel ‘700 e deriva dal verbo latino torréo, che può essere tradotto con “tostare” o “abbrustolire”.&nbsp;<br><br>Ad ogni modo, le prime testimonianze della forma moderna del dolce chiamano in causa la città campana di Benevento e fanno riferimento&nbsp;<strong>all’anno 1544</strong>. Tuttavia, per avere il torrone così come viene mangiato oggi dai napoletani bisognerà attendere ancora qualche secolo, quando cioè verrà inserita al suo interno la crema con gusti diversi, dal cioccolato fino al caffè.<br>Negli anni mangiare il “Torrone dei morti” è diventato una vera e propria tradizione irrinunciabile per ogni napoletano.&nbsp;</p>
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		<title>CIMITERO DELLE FONTANELLE, IL CULTO TUTTO NAPOLETANO</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:20:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andiamo a scoprire insieme questo posto suggestivo che sorge nel cuore della città partenopea.]]></description>
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<p>Il cimitero delle fontanelle è un luogo caratteristico situato in uno dei quartieri più popolari della città di Napoli: la Sanità. Si tratta di un’area estesa per ben 3000 metri quadrati all’interno delle quali è possibile trovare le cosiddette “<strong>capuzzelle</strong>”. Andiamo a scoprire insieme questo posto suggestivo che sorge nel cuore della città partenopea.&nbsp;</p>



<p><strong>Cimitero delle fontanelle: storia e leggenda</strong></p>



<p>Situato nel vallone naturale della Sanità, il cimitero delle fontanelle è chiamato in questo modo grazie alla presenza di fonti di acqua nell’antichità. Nell’area, inoltre, si trovavano cave di tufo, materiale utilizzato anche per le costruzioni cittadine. Quando verso la metà del ‘600, la città iniziò ad essere colpita dalla peste, l’area venne utilizzata per conservare i resti dei morti delle classi più povere della città causati dal morbo (oltre trecentomila), a cui si aggiunsero anche le ossa provenienti dalle sepolture ipogee delle chiese bonificate da Murat.&nbsp;</p>



<p>In passato, venivano praticati dei riti, chiamati delle “<strong>anime pezzentelle</strong>”. In particolare, i napoletani, nel momento di bisogno, erano soliti chiedere la protezione ai singoli teschi, chiamati anche capuzzelle e dotati di un&#8217;anima “pezzentella”. In cambio, il teschio riceveva dal devoto non solo una preghiera ma anche degli oggetti di decoro, che aumentavano dopo la realizzazione della grazia.&nbsp;</p>



<p>Nel 1851 il direttore del ritiro di San Raffaele a Materdei e etnologo,&nbsp;<strong>Andrea De Jorio</strong>, rilevò che alla fine del secolo precedente, i becchini napoletani erano soliti portare all&#8217;interno del cimitero anche coloro che avevano già deciso di farsi seppellire all&#8217;interno di chiese, ma che a causa di mancanza di spazio venivano portati all&#8217;interno dell&#8217;area all&#8217;interno di un sacco.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, mentre originariamente i vari resti erano posizionati secondo un certo ordine, a seguito di un&#8217;inondazione delle gallerie, le ossa vennero prima sparse per strada per poi essere ricomposte all&#8217;interno delle grotte.</p>



<p>Fino al 1872 l’area era chiusa al pubblico. Da quell&#8217;anno in poi venne affidata dal comune al Canonico&nbsp;<strong>Gaetano Barbati</strong>&nbsp;ed aperta anche alle persone. Barbati inoltre provvide anche ad una sistemazione dei resti in base alla tipologia di ossa.<br>A seguito del Concilio Vaticano II la chiesa decise, tramite un decreto del tribunale ecclesiastico, di proibire il culto individuale delle capuzzelle, in quanto considerato un rito pagano. Istituì invece la preghiera mensile per le anime pezzentelle.&nbsp;</p>



<p><strong>Il cimitero delle fontanelle oggi</strong></p>



<p>Con il tempo, l’area è caduta in uno stato di abbandono, per poi essere riordinata e messa in sicurezza solo nel 2002. Dal 2010, grazie alla volontà e all’impegno degli abitanti della zona, l’Amministrazione Comunale ha riaperto la struttura al pubblico. Oggi, il cimitero delle fontanelle è diventato un vero e proprio simbolo del misticismo partenopeo e rappresenta una delle attrazioni più visitate dai turisti. Al suo interno inoltre si tengono spesso anche spettacoli teatrali e altri tipi di manifestazioni.&nbsp;</p>



<p>Attualmente sono state contate&nbsp;<strong>circa 40.000 ossa presenti all&#8217;interno dell’area</strong>, anche se molti ritengono che in realtà siano molti di più, gran parte dei quali sarebbero conservati sotto il piano di calpestio. Inoltre, secondo una credenza popolare di fine Ottocento, il numero totale di ossa risalirebbe a 8 milioni.&nbsp;</p>
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		<title>PALAZZO REALE, L’ICONA DEL REGNO DI NAPOLI</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:19:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Palazzo Reale rappresenta un vero e proprio simbolo del capoluogo partenopeo. La sua storia, infatti. è fortemente legata a quella della città. D&#8217;altronde, per secoli, è stata la&#160;sede del potere monarchico. Oggi, invece, la struttura rappresenta uno dei luoghi più attrattivi per i turisti. In questo articolo andremo alla scoperta di questa icona partenopea.&#160; [&#8230;]]]></description>
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<p>Il Palazzo Reale rappresenta un vero e proprio simbolo del capoluogo partenopeo. La sua storia, infatti. è fortemente legata a quella della città. D&#8217;altronde, per secoli, è stata la&nbsp;<strong>sede del potere monarchico</strong>. Oggi, invece, la struttura rappresenta uno dei luoghi più attrattivi per i turisti. In questo articolo andremo alla scoperta di questa icona partenopea.&nbsp;</p>



<p><strong>Storia del Palazzo Reale</strong></p>



<p>Fondato nel Seicento, il Palazzo Reale nacque per fare da dimora ai re di Spagna. Venne realizzato da Domenico Fontana su commissione del&nbsp;<strong>Vicerè spagnolo Fernando Ruiz De Castro</strong>. Sin dai primi anni, la struttura venne adornata di numerosi capolavori artistici e oggetti preziosi.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, a seguito di un incendio scoppiato nel 1837 che provocò ingenti danni, il palazzo venne nuovamente sottoposto a lavori, questa volta ad opera degli architetti Luigi Vanvitelli e Gaetano Genovese, che, su commissione di&nbsp;<strong>Fernando I di Borbone</strong>, apportarono numerose modifiche alla struttura. In particolare, venne realizzato lo Scalone d’onore marmoreo che c&#8217;è ancora oggi all&#8217;ingresso. Venne inoltre aggiunta la Sala delle feste, al cui interno oggi è ospitata la Biblioteca nazionale.&nbsp;</p>



<p>Come dicevamo, la storia del Palazzo Reale è legata a filo doppio a quella dei regnanti di Napoli. Infatti, nel corso dei secoli, nella struttura sono stati ospitati, oltre che ai re austriaci, anche i Borboni e la dinastia dei&nbsp;<strong>Savoia dopo l’unità d&#8217;Italia</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Cosa visitare nel palazzo reale di Napoli</strong></p>



<p>Dati i tanti secoli di storia che caratterizzano la struttura, all&#8217;interno del palazzo sono conservate numerose attrazioni da visitare assolutamente, come ad esempio il Teatrino di corte, che Ferdinando Fuga costruì nel 1768 all&#8217;interno della Gran Sala. Il teatro riuscì a resistere anche ai bombardamenti della guerra e, infatti, ancora oggi si presenta esattamente così com&#8217;era originariamente. Al suo interno si trovano anche opere di grande valore, come ad esempio le statue raffiguranti Minerva, Apollo e Mercurio. Da menzionare anche&nbsp;<strong>la sala diplomatica di Palazzo Reale</strong>, nota anche con il nome di Anticamera di sua Maestà, poiché al suo interno venivano accolti i corpi della delegazione diplomatiche che intendevano parlare con il Re.&nbsp;</p>



<p>Proseguendo poi vi è la&nbsp;<strong>Sala del Trono</strong>, all&#8217;interno della quale il Re accoglieva gli ospiti. A dominare è lo stesso trono, realizzato nel 1850, ma nella sala si trovano anche ritratti di personaggi illustri e figure femminili che rappresentano tutte le province del Regno delle Due Sicilie. Esattamente di fronte al trono si trova invece il ritratto del regnante più longevo della storia del regno, ovvero Ferdinando I.</p>



<p>Infine, vi è il meraviglioso&nbsp;<strong>Salone d&#8217;Ercole</strong>, la cui realizzazione risale al ‘600, anche se ha subito alcune modifiche nel corso dello scorso secolo. In origine rappresentava la Sala dei viceré e al suo interno, ancora oggi, contiene numerose bellezze artistiche, tra cui la serie di Arazzi di Amore e Psiche e l&#8217;orologio di Thuet.&nbsp;</p>



<p><strong>Come arrivare al Palazzo Reale</strong></p>



<p>Al Palazzo Reale si può arrivare facilmente con l’auto, prendendo l’autostrada e uscire a Centro-Porto, per poi prendere Via Marina. Una volta arrivati a&nbsp;<strong>piazza Municipio</strong>&nbsp;si può proseguire anche a piedi verso piazza del Plebiscito. In alternativa, si può prendere anche la metro Linea 1 e scendere alla fermata Municipio.&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda gli orari di apertura e di chiusura, bisogna fare una distinzione tra le varie parti della Palazzo. Gli appartamenti storici, compresi la Sala del trono, il Teatrino di corte e la&nbsp;<strong>Cappella Reale</strong>, sono aperti tutti i giorni dalle 9:00 alle 20:00, tranne il Mercoledì. I cortili sono aperti invece dalle 9:00 alle 19:00, tranne durante il periodo invernale in cui la chiusura è anticipata alle 17:00.</p>



<p>Infine,<strong>&nbsp;il costo del biglietto intero è di 10 euro</strong>&nbsp;per coloro che hanno un’età superiore a 24 anni, mentre il biglietto ridotto ha un costo di 2 euro per i cittadini europei con età compresa tra i 18 e i 25 anni. Per accedere al giardino pensile senza guida bisogna pagare altri 2 euro, mentre invece con guida altri 5 euro.</p>
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		<title>GLI SCAGLIOZZI, LA POLENTA NAPOLETANA</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:19:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando sono nati gli scagliozzi? In questo articolo cercheremo di capire qual è la storia di questo particolare e gustoso alimento.]]></description>
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<p>Gli scagliozzi rappresentano uno degli elementi fondamentali dello street Food napoletano. Nel classico cuoppo, infatti, non può certamente mancare il triangolino giallo e croccante fatto di polenta.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ma quando sono nati gli scagliozzi? In questo articolo cercheremo di capire qual è la storia di questo particolare e gustoso alimento.&nbsp;</p>



<p><strong>Scagliozzi: cosa sono e quando nascono</strong></p>



<p>Gli scagliozzi sono dei piccoli pezzetti di polenta&nbsp; diffusi soprattutto nel sud Italia.&nbsp; Il nome fa riferimento alla scaglia, ovvero ad un pezzo che viene tagliato. In realtà , nell&#8217;Italia meridionale il termine fa riferimento anche alla parola moneta. In più, bisogna specificare anche che non si pronuncia in tutti i luoghi in modo uguale: per esempio a Bari la parola viene declinata al femminile &#8220;<strong>sgagliozze</strong>&#8220;.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;origine degli scagliozzi si deve proprio alla Puglia. Più nello specifico, la nascita di questo particolare alimento si deve alla cucina foggiana, anche se poi nel corso degli anni si è diffuso in tutto il resto del sud, ma anche in alcune regioni del Nord, come ad esempio la Toscana.&nbsp;</p>



<p>Ad ogni modo la nascita degli scagliozzi è fortemente legata a quella della&nbsp;<strong>polenta</strong>, le cui origini invece sono ancora più antiche e vengono fatte risalire solitamente a Cristoforo Colombo, il quale, di ritorno dall&#8217;America, importò nel continente europeo la pianta del mais. Gli indigeni d&#8217;America avevano l&#8217;usanza di creare dei miscugli di farina ed acqua che venivano resi più densi dalla cottura sul fuoco.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando arrivò in Europa</strong>, si diffuse soprattutto in Veneto, per poi diffondersi nel resto della penisola in diverse varianti. Il consumo di polenta subì un notevole aumento durante i periodi di maggiore crisi nel &#8216;900, soprattutto durante le due guerre mondiali. Con il tempo, grazie alla polenta, sono stati realizzati tanti altri tipi di alimenti, tra cui gli scagliozzi, che sono diventati un elemento fondamentale della tradizione culinaria del sud Italia.&nbsp;</p>



<p>In ogni città del sud, però, gli scagliozzi assumono caratteristiche diverse. Ad esempio, a Foggia si vendono principalmente nelle friggitore, a differenza di Bari in cui le si può trovare anche per strada durante i festeggiamenti di San Nicola o il periodo di Natale, insieme ad altri prodotti tipici, come ad esempio le popizze e il panzerotto. A Messina e a Napoli sono venduti quasi esclusivamente dagli ambulanti per strada. In particolare, nel capoluogo partenopeo, rappresentano uno degli elementi tipici del classico cuoppo.&nbsp;</p>



<p><strong>La ricetta degli scagliozzi</strong></p>



<p>Vediamo ora come si preparano gli scagliozzi napoletani, partendo dagli&nbsp;<strong>ingredienti da utilizzare</strong>:</p>



<ul><li>100 g di polenta taragna;</li><li>100 g di cioli;</li><li>1.5 l di acqua;</li><li>100 g di pecorino romano;</li><li>1 cucchiaio di sale grosso;</li><li>q.b. pepe nero;</li><li>q.b. olio di arachide.</li></ul>



<p>Per la preparazione degli scagliozzi, bisogna innanzitutto mettere una pentola di 1,5 L sul fuoco. Quando questa raggiunge il bollore, bisogna aggiungere il sale grosso e, in un secondo momento, versarvi la polenta. Dopo aver mescolato per bene, bisogna mettere la polenta all&#8217;interno di una ciotola e aggiungere il pepe nero, il pecorino romano e i cicoli.&nbsp;</p>



<p>A questo punto, è necessario rimescolare ancora una volta e mettere la polenta all&#8217;interno di un ruoto rettangolare. È importante fare attenzione a coprire il tutto con della carta da forno. La forma deve essere quadrata o rettangolare, mentre invece lo spessore può essere scelto a proprio piacere. Dopo aver fatto raffreddare il tutto per un paio d&#8217;ore, bisogna tagliare la polenta con un coltello, dandole anche la forma scelta.&nbsp;<br>Infine, bisogna far friggere, mettere una padella con olio d&#8217;arachidi sul fuoco e far cuocere gli scagliozzi.&nbsp;</p>
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		<title>NAPOLI STREET FOOD: IL CUOPPO</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:18:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Napoli è la patria dello street food. In ogni angolo della città è possibile trovare chioschi che vendono le specialità tipiche della tradizione culinaria partenopea, come ad esempio la classica pizza a portafoglio.&#160; Ma il simbolo dello street food napoletano è rappresentato senza dubbio dal famoso cuoppo, il cartoccio di carta al cui interno vengono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Napoli è la patria dello street food. In ogni angolo della città è possibile trovare chioschi che vendono le specialità tipiche della tradizione culinaria partenopea, come ad esempio la classica pizza a portafoglio.&nbsp;</p>



<p>Ma il simbolo dello street food napoletano è rappresentato senza dubbio dal famoso cuoppo, il cartoccio di carta al cui interno vengono messi un mix di fritture, dalle zeppole ai crocchè. Ma quando è nato il cuoppo napoletano? Qual è la sua storia? Scopriamola insieme in questo articolo.&nbsp;</p>



<p><strong>La storia del cuoppo&nbsp;</strong></p>



<p>Il cuoppo napoletano è una vera e propria istituzione della cultura culinaria partenopea. Le sue origini però sono tutt&#8217;altro che recenti.&nbsp;</p>



<p>A datarne la nascita è stata Matilde Serao, che la fa risalire al 1800. La celebre scrittrice e giornalista napoletana all&#8217;interno della sua opera più famosa, &#8220;Il Ventre di Napoli&#8221;, scrisse a proposito del cuoppo le seguenti parole:</p>



<p><em>&#8220;Dal friggitore si ha un cartoccetto di pesciolini minutissimi, fritti nell’olio, quei pesciolini che si chiamano fragaglia e che sono il fondo del paniere dei pescivendoli; dallo stesso friggitore si hanno, per un soldo, quattro o cinque panzarotti, vale adire delle frittelline in cui vi è un pezzetto di carciofo, quando niuno vuol più saperne, o un torsolino di cavolo, un frammentino di alici&#8221;</em></p>



<p>L&#8217;origine si deve dunque ai carretti sui quali veniva messo il cibo e che giravano per tutti i quartieri più popolari della città. Questi erano noti anche con il nome di &#8220;oggi a otto&#8221;, in quanto di solito il venditore ambulante accettava il debito da parte dell&#8217;acquirente, che doveva essere ripagato proprio entro otto giorni.&nbsp;</p>



<p>Con gli anni si assiste ad un&#8217;evoluzione del cuoppo. Nasce infatti anche la variante con le castagne lesse, chiamata appunto cuoppo allesse. Famosa è la sua citazione all&#8217;interno del film di Totò, &#8220;Totò a Parigi&#8221;, in cui il comico napoletano intona la celebre canzone:</p>



<p><em>&#8220;Miss mia cara Miss, nu’ cuoppo allesse io divento per te&#8221;</em></p>



<p>Il cuoppo napoletano oggi</p>



<p>Il cuoppo è sopravvissuto fino ai giorni nostri e ancora oggi rappresenta un simbolo della città. Negli ultimi decenni, però, sono state create anche tante altre varianti. Si può trovare ad esempio il cuoppo di mare, al cui interno vengono messi bocconcini di pesce, tra cui polpo, calamari, baccalà o alici.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;altra tipologia altrettanto diffusa è il cuoppo di terra, composto principalmente da latticini e verdure, ma soprattutto fritture, come ad esempio la crocchè, zeppole di pasta e triangolini di polenta. Negli ultimi anni si sono diffusi anche il cuoppo dolce, composto da bocconi di pasta cresciuta, e il cuoppo gourmet, caratterizzato invece da ingredienti ricercati.</p>



<p>Inoltre, oggi, a differenza del passato, il cuoppo non è più solo street food, essendo diffuso anche in molti ristoranti e pizzerie.</p>
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		<title>VILLA FLORIDIANA, IL DONO D’AMORE DI RE FERDINANDO</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:17:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il parco della Floridiana è uno dei punti verdi più importanti della città di Napoli. Situato al Vomero, il parco ospita al suo interno la villa dal quale prende il nome, fatta realizzare da Re Ferdinando IV di Borbone per il suo amore. Scopriamone insieme la storia.&#160; Storia della Villa Floridiana&#160; La storia della villa [&#8230;]]]></description>
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<p>Il parco della Floridiana è uno dei punti verdi più importanti della città di Napoli. Situato al Vomero, il parco ospita al suo interno la villa dal quale prende il nome, fatta realizzare da Re Ferdinando IV di Borbone per il suo amore. Scopriamone insieme la storia.&nbsp;</p>



<p><strong>Storia della Villa Floridiana</strong><br>&nbsp;</p>



<p><br>La storia della villa Floridiana inizia nel giugno 1815, quando&nbsp;<strong>Ferdinando IV di Borbone</strong>&nbsp;decise di acquistare la tenuta del principe Giuseppe Caracciolo di Torella per regalarla alla moglie Lucia Migliaccio, Duchessa di Floridia e vedova del principe Benedetto III grifeo di Partanna. L’acquisto finale della struttura avvenne nel 1817 e prese il nome di Floridiana.&nbsp;&nbsp;<br>A seguito del passaggio di proprietà venne realizzato un nuovo ingresso in direzione di Chiaia e in più vennero apportati numerosi lavori di ristrutturazione ad opera dell’architetto Antonio Niccolini. Nel 1819 la villa si presentava in uno stile neoclassico con un parco in stile romantico, fatto di viali e sentieri realizzati da Friedrich Dehnhardt, l&#8217;allora direttore dell&#8217;Orto Botanico di Napoli.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;intero complesso comprendeva un’ulteriore Villa,&nbsp;<strong>Villa Lucia</strong>, un piccolo tempio circolare di ordine Ionico e un piccolo teatro, detto della Verzura. Quando morirono&nbsp; il re e la regina, la proprietà passò nelle mani dei figli del primo matrimonio della Duchessa, mentre invece la Villa Lucia venne venduta al Conte Pasquale Stanislao Mancini.</p>



<p><strong>Il passaggio nelle mani dello Stato si ebbe solo nel 1919</strong>. Da quel momento l&#8217;intero complesso iniziò ad ospitare collezioni di ceramiche donate da Maria Spinelli Di Scalea, che a sua volta le aveva ereditate da Placido di Sangro, Duca di Martina e zio di Maria Spinelli.&nbsp;</p>



<p>Dal 1927 venne realizzato anche il&nbsp;<strong>Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina</strong>, al cui interno è ancora oggi contenuta una collezione che va dal mobilio di epoca medievale e rinascimentale fino ad oggetti risalenti al XVIII secolo. Inoltre, nel seminterrato si può trovare anche una collezione di oggetti di arte orientale, risalenti alla dinastia Ming e Qing.&nbsp;</p>



<p><strong>Il parco&nbsp;</strong><br>&nbsp;</p>



<p><br>Come già accennato all’inizio, il parco di Villa Floridiana rappresenta un vero e proprio polmone verde nel pieno centro del capoluogo partenopeo.&nbsp;<strong>È costituito da numerosi sentieri e da un bellissimo&nbsp;</strong>belvedere dal quale poter ammirare l’intero golfo di Napoli.<br><br>Inoltre, nel parco sono presenti anche colonne e statue finte di epoca romana e ionica. Infine, il direttore dell’Orto botanico del 1818 Friedrich Dehnhardt fece inserire nel parco più di 150 specie di piante, come ad esempio palme, bossi e pini.&nbsp;</p>



<p><strong>Come arrivare alla villa Floridiana</strong><br>&nbsp;</p>



<p><br><strong>La Villa Floridiana è situata al Vomero in Via Cimarosa 77/Via Aniello Falcone 171</strong>. Per arrivarci ci sono diverse possibilità. Ad esempio, si può prendere la funicolare di Chiaia e scendere alla fermata Vomero oppure prendere l’Autobus c28, c31, c32 e scendere a via Cimarosa. Infine, si può prendere anche la Metro linea 1, scendere alla fermata Piazza Vanvitelli e procedere per pochi metri a piedi.&nbsp;<br><br><strong>La struttura è aperta al pubblico dalle ore 8.30 alle ore 19.00</strong>. Lo stesso vale anche per il Museo Nazionale delle Ceramiche Duca di Martina, ad eccezione del martedì, giorno in cui è chiuso.<br>Il costo del biglietto è pari a 4 euro, mentre invece l’ingresso ridotto è di due euro. Le prime domeniche di ogni mese, però, l’ingresso è gratuito, così come per i cittadini dell’Unione Europea con un’età inferiore ai 18 anni.&nbsp;</p>
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		<title>FUNICULÌ FUNICULÀ, NON UNA SEMPLICE CANZONE</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:17:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da vedere]]></category>
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					<description><![CDATA[Scritta nel 1880, Funiculì Funiculà è una delle canzoni più conosciute del patrimonio musicale partenopeo. Scopriamone insieme la storia.]]></description>
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<p>Il patrimonio musicale partenopeo è immenso e molte canzoni che ne fanno parte sono legate a filo doppio alla storia del capoluogo campano. Ne è un esempio classico Funiculì Funiculà, un brano di fine ‘800 nato per celebrare (e pubblicizzare) <strong>l’inaugurazione della funicolare</strong>. Con il passare degli anni questa canzone è diventata un vero e proprio tormentone conosciuto in tutto il mondo. Scopriamo insieme come e quando nasce questo celebre brano. </p>



<p><strong>Le origini di Funiculì Funiculà</strong><br> </p>



<p>La nascita della canzone è avvenuta nel 1880, quando il giornalista <strong>Giuseppe Turco</strong> diede vita al suo testo e il compositore <strong>Luigi Denza</strong> alla sua musica. Nello specifico, la canzone venne realizzata in poco tempo durante una vacanza termale dei due a Castellammare. Nello stesso anno venne presentata alla festa di Piedigrotta e sin da subito riscosse un grande successo. <br><br>I due autori scrissero la canzone in seguito ad un evento che interessò la città di Napoli in quel periodo, ovvero la costruzione di una funicolare. L’infrastruttura venne commissionata dall’ingegnere ungherese <strong>Ernesto Emanuele Oblieght</strong> agli ingegneri Galanti, Sigl e Wolfart. Si trattava di due piccoli vagoni, chiamati rispettivamente Etna e Vesuvio, di una capienza di otto passeggeri. Il tragitto, invece, aveva una lunghezza di circa 750 metri, per una durata totale di 10 minuti. </p>



<p>L’inaugurazione della funicolare si ebbe nel giugno del 1880, ma, complice la paura e il prezzo elevato del biglietto, inizialmente questo mezzo di trasporto non ebbe grande successo. Ci voleva quindi un po’ di pubblicità per&nbsp;<strong>promuovere la funicolare tra la popolazione della città</strong>&nbsp;e si pensò di commissionare la realizzazione di una canzone a Giuseppe Turco e Luigi Denza.&nbsp;</p>



<p><strong>Il successo di Funiculì Funiculà</strong><br>La canzone, come dicevamo, ebbe successo sin da subito, tanto da coinvolgere anche l’attenzione di Richard Strauss, il quale la inserì nel finale della sinfonia <em>Dall’Italia</em>. <strong>Il musicista russo Nicolai Rimsky-Korsakov</strong>, invece, traspose il brano in forma orchestrale e la intitolò Canto napoletano. Il compositore e pianista torinese Alfredo Casella la mise all’interno della rapsodia Italia, op. 11. Lo stesso Denza ne realizzò anche una versione in italiano. <br><br>Nei primi anni del ‘900 l’editore Ricordi riuscì a venderne più di un milione di copie in un solo anno. Celebri sono anche le interpretazioni dei grandi del panorama musicale mondiale, tra cui Mario Lanza, <strong>Luciano Pavarotti</strong> e Karel Gott. <br><br><strong>Funiculì Funiculà nella cultura popolare</strong><br> </p>



<p>La canzone di Denza e Turco è stata inserita anche in molti film che hanno fatto la storia del cinema. La si può ascoltare ad esempio nella pellicola della Disney <strong>Bongo e i tre avventurieri</strong> cantata da Pippo e Paperino oppure nel film Shine, quando viene suonata da Geoffrey Rush nel ruolo del pianista australiano David Helfgott. </p>



<p>Celebre è anche la scena del film<strong>&nbsp;I due colonnelli</strong>, in cui Totò e Walter Pidgeon cantano Funiculì e Funiculà da ubriachi. Infine, la canzone è stata inserita anche nel film No grazie, il caffè mi rende nervoso, dove tra l’altro il protagonista è un maniaco omicida, chiamato proprio Funiculì Funiculà.&nbsp;</p>
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		<title>ARTE CONTEMPORANEA, LA STORIA DEL MUSEO MADRE</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da vedere]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Museo Madre sorge nell’antico Palazzo Donnaregina, da cui è tratto il nome dello stesso museo (Museo d’arte contemporanea Donnaregina). Scopriamo insieme qual è la sua storia.]]></description>
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<p>Napoli è una città ricca di arte. In ogni angolo infatti è possibile ammirare bellezze uniche risalenti a epoche diverse. Tra le strutture più importanti dell’arte contemporanea c’è sicuramente il&nbsp;<strong>Museo Madre</strong>, le cui origini sono abbastanza recenti. Scopriamo insieme qual è la sua storia.</p>



<p><strong>La storia del Museo Madre</strong></p>



<p>Il Museo Madre sorge nell’antico Palazzo Donnaregina, da cui è tratto il nome dello stesso museo (Museo d’arte contemporanea Donnaregina). A sua volta, il palazzo deve il suo nome al&nbsp;<strong>Monastero di S. Maria Donnaregina</strong>, che venne realizzato dagli svevi. A metà dell’800, la struttura passò nelle mani del Banco di Napoli, che la trasformò nel Banco dei Pegni. Durante questo periodo, vennero apportati anche numerosi lavori. Ma è soprattutto dopo gli anni ‘80 del secolo scorso e, in particolare, dopo il terremoto in Irpina, che il palazzo subì alcuni cambiamenti. Oltre a lavori di rinforzo strutturale, fu ceduto in locazione prima al Provveditorato agli Studi di Napoli e poi nuovamente al Banco di Napoli.&nbsp;<br>Nel 2001, la struttura venne fortemente compromessa da un alluvione e venne completamente abbandonata.&nbsp;</p>



<p><strong>La nascita del Museo</strong></p>



<p>Nel 2005 il palazzo&nbsp;<strong>venne acquisito dalla Regione Campania</strong>&nbsp;e adibito a Museo per l’arte contemporanea. In particolare, nel 2003, venne stipulato il Patto per l’Arte Contemporanea con l’obiettivo di promuovere questo tipo di arte per accrescerne il patrimonio.&nbsp;<br><br>Il museo aprì le porte al pubblico nel giugno del 2005, ma il progetto verrà completato solo due anni dopo a cura dell’architetto Alvaro Siza.&nbsp;</p>



<p><strong>Cosa vedere nel Museo Madre</strong></p>



<p><strong>La struttura è ampia ben 7200 metri quadrati</strong>&nbsp;ed è composta da tre piani. Al suo interno sono custodite molte opere di artisti sia italiani che internazionali. Tra queste ci sono i capolavori di Luciano Fabro, Francesco Clemente, Bianco Valente e anche di Anselm Kiefer, Robert Mapplethorpe, Sol LeWitt e Andy Warhol.&nbsp;<br><br>Inoltre, nel Museo Madre di Napoli vengono spesso organizzati diversi eventi, come ad esempio la Notte Europea dei Musei che si è tenuta nel 2021.&nbsp;<br>&nbsp;</p>



<p><strong>Come arrivare al Museo Madre</strong></p>



<p>Il Museo Madre&nbsp;<strong>si trova in via Settembrini, 79</strong>. Per arrivarci ci sono diverse possibilità. Si può ad esempio scegliere di prendere la metropolitana Linea 1 e scendere alla fermata Museo oppure la Linea 2 e scendere alla fermata Piazza Cavour.&nbsp;<br><br>Il Museo Madre è aperto dal lunedì al sabato, tranne il martedì, dalle ore 10:00 alle 19:30, mentre invece la domenica l’orario di chiusura è prolungato fino alle ore 20:00. Il costo del biglietto intero è di 8 euro, mentre invece ridotto (per i bambini e i ragazzi dai 6 ai 25 anni) è di 4 euro.&nbsp;</p>
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		<title>STREET FOOD NAPOLETANO: PIZZA A PORTAFOGLIO, UN PIACERE PER TUTTE LE TASCHE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 17:15:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da vedere]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra le pietanze più note dello street food partenopeo c’è senza dubbio la pizza a portafoglio, un vero e proprio simbolo della cultura culinaria napoletana. Scopriamo insieme la sua storia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Napoli è la patria dello street food. In ogni angolo della città è possibile imbattersi in chioschi e bancarelle dove sono esposte le prelibatezze di questa terra. Tra le pietanze più note dello street food partenopeo c’è senza dubbio la pizza a portafoglio, <strong>un vero e proprio simbolo della cultura culinaria napoletana</strong>. Scopriamo insieme la sua storia.<br> </p>



<p><strong>La storia della pizza a portafoglio</strong><br><br>Le origini della pizza a portafoglio vengono solitamente fatte risalire ad una <strong>famosa pizzeria del 1738</strong>, la Pizzeria Port&#8217;alba. Probabilmente, però, la sua nascita è antecedente, forse risale all’immediato secondo dopoguerra. </p>



<p>Tuttavia, la pizza a portafoglio subì una forte diffusione soprattutto a partire dagli anni ‘90, quando, grazie al G7, arrivò a Napoli <strong>l’allora presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton</strong>, il quale assaggiò la pizza da Di Matteo. Da quel momento, la pietanza acquistò una grande popolarità e si moltiplicarono le pizzerie, le panetterie e le rosticcerie in cui poterla acquistare. Di solito, viene consumata quando si è in strada e si ha un po’ di fame. Infatti, si tratta di una pizza leggera, ottima per chi ha un leggero languorino. Complice anche il prezzo contenuto, è diventata uno dei simboli dello street food napoletano. <br><br><strong>Ma perché si chiama così? </strong></p>



<p>Il nome della pizza deriva dal suo modo di mangiarla:&nbsp;<strong>deve essere chiusa su se stessa con entrambe le mani</strong>, proprio come un portafoglio. In realtà, per lo stesso motivo, viene chiamata anche pizza a libretto.&nbsp;<br>Viene generalmente servita molto calda su un foglio di carta da forno. In alcune pizzerie invece si usano anche cartoncini o dei piattini di carta. Ma il modo con cui viene servita poco importa, visto che sta al cliente saper avvolgerla su se stessa per gustarla al meglio.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ovviamente, nella realizzazione della pizza a portafoglio si possono facilmente constatare le influenze della classica margherita. Inoltre, bisogna anche dire che la pietanza si presta ad essere facilmente “personalizzata”. Infatti,&nbsp;<strong>in ogni pizzeria si può assaggiare una versione diversa</strong>. C’è chi la fa con il cornicione poco soffice, chi preferisce aggiungere più salsa. L’importante è fornire la giusta forma per piegarla.&nbsp;</p>



<p><strong>Le pizzerie di Napoli più importanti dove si vende la pizza a portafoglio&nbsp;</strong></p>



<p>Come accennato, le pizzerie in cui poter assaggiare la pizza a portafoglio sono tante e sparse in giro per la città. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Alcune di queste, però, sono dei veri e propri pezzi di storia, che da secoli tramandano l’arte della pizza. Stiamo parlando ad esempio della già citata Antica Pizzeria Port’Alba, da sempre considerata la prima pizzeria della città. Le sue origini risalgono a ben tre secoli fa, precisamente venne fondata nel 1738. Nel corso degli anni, la struttura ha ospitato anche personalità importanti del mondo della cultura, tra cui D’Annunzio e Benedetto Croce.&nbsp;<br>Un’altra pizzeria nota per la pizza a portafoglio è&nbsp;<strong>Di Matteo</strong>, situata in via dei Tribunali, 94.&nbsp;</p>



<p><strong>Quanto costa una pizza a portafoglio?</strong><br>&nbsp;</p>



<p>All’inizio abbiamo già accennato al fatto che la pizza a portafoglio è caratterizzata da un costo molto basso. Ma quanto si paga di preciso? Ovviamente, il prezzo varia anche in base alla location, ma in genere, soprattutto nel centro storico della città, è compreso tra <strong>tra 1€ e un 1.50€</strong>. Ci sono però alcune zone, come ad esempio il Vomero, in cui può il prezzo può arrivare anche a superare le 2€.</p>
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